Photographers Statement

“la vera conoscenza non viene dai libri, neppure da quelli sacri, ma dall’esperienza. Il miglior modo per capire la realtà è attraverso i sentimenti, l’intuizione, non attraverso l’intelletto, l’intelletto è limitato”.

(Vecchio saggio indiano)

Piero Angelini Ascoli Piceno 21-03-1935

Tutto cominciò, si può dire, con la macchina fotografica a soffietto ”Original Gauthier”, col mirino a croce, che mio padre aveva ricevuto tra i doni di nozze. Erano gli anni 30’ ed il viaggio di nozze si svolse a Roma. Conservo ancora con grande affetto quelle istantanee ereditate da mio padre, in gran parte mosse, sfocate ed inclinate. Si salvarono quelle scattate da un amico residente a Roma che probabilmente si produsse anche come cicerone.

Nel primo dopoguerra, durante i miei studi fermani, ricevetti in prestito la mitica “COMET”, formato 24×36 mm. Poi un’estate un caro amico ascolano acquistò la prestigiosa “ROLLEICORD”, formato “6×6”, dalla quale era possibile ottenere splendide stampe in bianco e nero o a colori… si cominciò allora a parlare di diaframmi, di profondità di campo, di velocità di otturazione, di formato, di sensibilità….

Giunto a Teramo nei primi anni sessanta, conobbi l’amata montagna, il Gran Sasso. A Teramo ho conosciuto grandi Maestri e amici, da Alfiero Di Teodoro, al rosetano Italo Del Governatore, per la fotografia; Alteo Tarantelli, pittore, grafico, per l’arte dello sguardo che sa vedere, e per l’inquadratura sapiente: scegliere e tagliare.

Il mio è un approccio schietto, diretto, informato al ritratto onesto ed il più possibile fedele all’immagine che ponendomisi davanti, effettivamente percepisco. La composizione, il taglio, costituiscono “il lavoro da fare”.

Nel paesaggio ricerco le atmosfere terse, per la migliore polarizzazione dell’inquadratura, e quindi la più efficace saturazione dei colori.

Alla fine degli anni ottanta, on the road, affrontai con mio figlio Pasquale un lungo viaggio nell’Ovest americano, dalla Yosemity Valley a Yellowstone; dalla Dead Valley alla Monument Valley… partendo da San Francisco…

Le montagne, le colline, il mare, colti nel ciclo delle stagioni, dalle albe, ai tramonti, alle suggestioni dei notturni. Non da ultimi le fotografie degli ambienti ipogeici, dalla “Grotta a Male” di Assergi, agli splendori carsici di Frasassi, colti fuori dal circuito aperto alle folle di visitatori, durante un’intera nottata, al lume delle torce.


Pasquale Angelini Teramo 03-02-1966

I miei primi ricordi risalgono alle passeggiate che di domenica mattina facevo con mio padre, avevo allora non più di 8-10 anni. Brandivo la mia prima macchina fotografica, una scatolina di plastica con un tasto di scatto che quando veniva pigiato rilasciava un bel rumore, come di una molla che scattava, che ricordava quello di una trappola per topi: “ssdanG!”. E in effetti quella era una trappoletta, che catturava una immagine. Non sono questo ancora oggi le macchine fotografiche?

Dice Alessandro Clementi degli scatti di mio padre Piero: “Il Gran Sasso esalta la magia dell’Appennino senza mai ripetere i gusti risaputi dei luoghi più famosi delle Alpi. Sentire l’Adriatico a pochi passi, o un umano vibrare di un medioevo tutto da scoprire dell’interno fatto di abbazie e basiliche e civiltà di opere e di mercati, è un po’ il segreto dei silenzi di queste fotografie, che non fanno il verso a nessun genere e che mai scadono nell’effetto facile”. Amo molto questo passo. Penso infatti che associare le nostre montagne alle Alpi piuttosto che alle Ande o al Tibet (come si è fatto ultimamente), sia un errore, un torto ai nostri luoghi, alla loro autenticità. Significa cioè negare al nostro paesaggio l’opportunità di diventare demico esso stesso, modello identitario autonomo e autentico. Un luogo unico che non esiste in nessun altro luogo del mondo. Vorrei che qualcuno, visitando un luogo lontano esclamasse: “guarda che bello sembra l’Abruzzo!”

Da questo in avanti, attraverso i severi canoni estetici appresi da mio padre, mi cimento in una esplorazione senza tregua, accettando solo immagini che mi scaldino, nuove. Il mio tentativo, comincio solo ultimamente a rendermene conto, è quello di trovare, anche nel paesaggio, una linea. Una o più linee continue, rette o curvilinee, comunque nette, chiaramente catalizzatrici di armonia, bellezza. Altrettanto stimolante sono le linee urbane, i solchi di un aratro, le rughe di un vecchio o le pieghe di un infante.

Si tratta forse di una spiegazione banale e mal riuscita. Tutto sommato non so davvero neanche io come lo faccio.

Esiste un codice? E qual è? Il codice è VAI, Vai, spingiti oltre, e non portare nulla con te, perchè tutto è già dentro di te, inoltrati, ciò di cui sei fatto si combinerà con i nuovi elementi, ed il risultato, non lo conosci neanche tu, perciò non preoccuparti, ecco, forse questo potrebbe costituire la parte finale del codice: “vai, inoltrati, non preoccuparti” banale vero? La verita è che, per me, non esiste un codice, un metodo, un modus, esisti solo tu, con tutto il tuo vissuto, e se hai qualcosa da dire, riuscirai a dirla.

Non credo alla tecnica, alle macchine. Per ciò che intendo io la fotografia, NON ESISTONO PATENTINI o Accademie.

Ci racconta Terzani in “Un altro giro di giostra” di un incontro in India con un vecchio saggio, che gli dice… “la vera conoscenza non viene dai libri, neppure da quelli sacri, ma dall’esperienza. Il miglior modo per capire la realtà è attraverso i sentimenti, l’intuizione, non attraverso l’intelletto, l’intelletto è limitato”. Ci credo anch’io.

UNA FOTO è uno scatto di ciò che è visibile, ma se ci si è posti in ascolto, se l’alchimia tra ciò che si è ed il resto è buona, allora si può riuscire a ritrarre ciò che non è visibile. Può nascere una cosa del tutta nuova. Qualcosa che segue e si impone all’oggetto stesso dello scatto.